RECENSIONE DALLA RIVISTA "ILBLUES"
Tredicesimo anno della kermesse che queste pagine, e i lettori, conoscono bene. Diventa quasi ripetitivo dilungarsi sulla bella cornice, sull'ottima organizzazione, sull'atmosfera da sabato nel villaggio che riempie le strade, tra gente che passeggia naso all'insù per fiutare profumo di blues, di birra, o anche solo di primavera. Da sottolineare che anche questo giro é passato all'insegna del completamente gratuito, nonostante un cartellone zeppo di prime donne e nonostante ormai si paghi anche per prendere la multa.
Veniamo al sodo: edizione a cinque stelle; sabato, col botto. Apre la blues band del nostrano J.Sintoni accompagnato da Andrea Taravelli (basso) e Carmine Eloisi (batteria, già con Rudy Rotta). J. irrompe con otto brani dall'ultimo album, tutti originali; canta con personalità e presenza notevole, ed alle sei corde fila come il vento. Tecnica e gusto una spanna sulla media: mi trovo a pensare che, noi della plebaglia, pretendiamo sempre che i nostri siano non meno che eccezionali (come se dovessero farsi perdonare di non essere americani). Colpisce con "Won't Be Back" per l'impatto; con "The Red Suite" per la dolcezza; stiamogli alle calcagna perchè questo semina chiunque. La platea è ricettiva, il ghiaccio e gli indugi sono rotti, tutti sono già di buon umore. Ed eccoti arrivare un tizio di nome Martin Harley, prima volta in Italia. Lap steel sulle ginocchia e, a fianco, l'ingombrante contrabbasso di Graeme Ross. Attacca e la sua è una voce che comanda, dà il ritmo, la rabbia o il dolore. Dal set acustico ci si aspetta filosofia, ma questo è vero groove, scandito dal contrabbasso e dalla tecnica aliena di Harley, che alterna assolo e legati mozzafiato ad una ritmica spesso giocata sui silenzi. L'originale "When I Go" è letteralmente torrida e, mentre le signore rimangono indecise se slacciare il primo bottone della camicetta, arriva un'incredibile "Can't Be Satisfied" che fa tabula rasa di ogni dubbio. Sgrano gli occhi convinto che sia raro imbattersi in qualcosa di così vicino all'originale, per esecuzione ed interpretazione. Dall'ultimo album Harley attinge "Nobody's Fault But Mine", riarrangiata ma con la stessa grinta; l'indiavolata "A Thousands Miles Of Sky", tempo tagliato e slap del contrabbasso, con tanto di assolo in botta e risposta tra i due. Grande artista, scaletta perfetta, esibizione straordinaria; pubblico estasiato ma volti preoccupati. Siamo solo a metà serata e l'applaudire ha già lasciato sulle mani vesciche come sofficini. C'è sete di volume: la Wentus Blues Band invade il palco, coinvolgendo la folla con ironia e sei pezzi di spudorato rhythm and blues. In questa occasione è a supporto di Kirkland e gli prepara il terreno con una ventata di festa e brani come "Moonshine", da voglia di ballare. Juho Kinaret canta con tono a tratti tenorile, ma sulla strappalacrime "You Gonna Make Me Cry" sfodera una inaspettata vena soul. Chiude un'allegrissima "She's So Fine", per accogliere sul palco Eddie Kirkland. Che era sceso dalla macchina con passo incerto. Che da due ore, appoggiato al bastone, sonnecchiava nel backstage in attesa del suo turno. Che è stato accompagnato sul palco ed aiutato ad indossare la chitarra. E si è acceso. Un riff affogato nel riverbero Fender, e via con un Chicago Blues da sette minuti. Si rompe il mi cantino (quel bastardo), ma è poco meno che un fastidio: Niko Riippa gli offre la chitarra, Kirkland raccoglie, una regolata ai toni, e avanti tutta con "Rainbow". Pochi brani ma tutti di lunga durata per un'esibizione senza risparmio e senza goffi tentativi di malcelare l'età; le mani non sono più quelle di una volta, ma sembrano non saperlo. La voce ha il suono del blues. Saltano gli schemi, gente che scavalca le transenne; qualcuno, un pò in bibita ma innocuo, sale sul palco a dimenarsi con i musicisti. Per essere sicuro mi allontano e suono un campanello in una via laterale. Metto il naso in casa: stanno ballando proprio tutti. La jam session finale è la ciliegina su una torta già zeppa di canditi.
Il duo reggiano Calamity Sonny & J.J. Holiday apre la domenica con brani roots e sixties rock riarrangiati in chiave blueseggiante: Sonny è ottima cantante, brava armonicista, e gli applausi sono guadagnati. Da un concerto dei Nine Below Zero sai sempre cosa aspettarti; a meno di catastrofi, pandemie, guerre civili, è impossibile rimanere delusi. La serata è freddina e annuncia pioggia, ma si comincia con "On The Road Again" e la temperatura sale di cinque gradi buoni. La Gibson 335 di Dennis Greaves macina boogie-rock a pieni giri in un susseguirsi di "Rock The House", "Homework", "I Told You Once", "Wooly Boolie". Dalla cartucciera Feltham estrae lame più che armoniche, ed ogni suo intervento è uno squarcio; canta su "They Call Me Stormy Monday" e la sua interpretazione lascia brividi. McAvoy e O'Neill potrebbero suonare a distanza di tre fusi orari l'uno dall'altro, che ugualmente batterebbero d'intesa come la birra con la grigliata. Sono tutti in piena forma e verrebbe da dire che per i NBZ non è mai stato nè mai potrà essere diverso; è un trentennale ma ce n'è da fare invidia a molti di recente generazione. Premesso che non sono un loro fan sfegatato, ed anche premesso che più di tutti hanno sofferto il calo di temperatura e la pioggia che nel frattempo è arrivata, mi è parso al di sotto delle aspettative il concerto dei The Fabulous Thunderbirds. Tocca fare l'odiosa distinzione tra Kim Wilson e il resto della band. Il primo, a tutta birra. Tiene l'intero concerto sulle spalle; con "Instrumental in E" rimane solo sul palco ed armonica alla bocca arringa il pubblico per buoni dieci minuti filati, dando fondo a tutti i suoi tre polmoni. Sembra però mancare il pieno apporto della band, quella potenza di fuoco live che è sempre stata il marchio di fabbrica dei T-Birds. La chitarra di Johnny Moeller non strappa grida; meglio quella di Mike Keller, che però è in disparte e si occupa solamente degli slow. La sezione ritmica (certamente, ripeto, complice il meteo) rimane rigida e non riesce a trasformare gli andamenti Texas Blues in una cavalcata a briglia sciolta, tanto che "Tuff Enuff" ne viene fuori a metà tra il troppo lento e il troppo meccanico. Ma anche stasera è una festa, la piazza rimane gremita, i T-Birds sono più convincenti della pioggia. Alla jam session finale partecipano anche i big del sabato, non si può più dire che manca l'impatto. Edizione decisamente riuscita, con abbondante riscontro di pubblico: ennesimo incoraggiamento per gli organizzatori a continuare su questa linea. Con un grazie.
Matteo Gaccioli
per gentile concessione della rivista "IL BLUES" n.108 - Settembre 2009
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